Il viaggio di una vita

23.09.2021
Vietnam
di Bianca Maisano
Testimonianza

Abbiamo chiesto a Bianca com’è nata la sua vocazione di missionaria secolare scalabriniana, e come la missionarietà e la secolarità si sono intrecciate nella sua vita in vari paesi del mondo e ora anche in Vietnam.

È domenica e sto sfrecciando su una moto insieme ad altre centinaia di motociclisti nella periferia di Ho Chi Minh City, metropoli industriale nel sud del Vietnam. Mi trovo dentro ad  un fiume in­cre­dibile di giovani che si muovono agili e veloci verso il futuro. Accanto alla strada grattacieli futuristi, centri commerciali, indu­strie e improvvisi squarci di foresta, canali at­torniati da bambù e palme. Sto sognando?
Non è un sogno ma è la realtà del mio nuovo invio missionario in questo paese del Sud-Est asiatico. Ricco di contrasti, di paesaggi inaspettati e sorprendenti.
Stiamo andando a Binh Duong, al confine nord di Ho Chi Minh City, un’area caratterizzata da un rapido sviluppo dove esistono attualmente 28 parchi industriali che attraggono investitori dall’estero e, di conseguenza, migliaia di lavoratori immigrati da diverse province del Vietnam ma anche da altri paesi, soprattutto Filippine, India, Cambogia, Corea, Francia, Stati Uniti. La domenica alle  10.30 viene celebrata  per loro  la messa in inglese e con gli  studenti scalabriniani ani­mia­mo la liturgia.
In questo viaggio silenzioso verso Binh Duong, improvvisamente la mente e il cuore volano lontano e si fermano su una domanda fondamentale: Chi sta conducendo davvero la mia vita?
Ripenso ai 60 anni della nostra storia di missionarie secolari scalabriniane e mi viene da sorridere perché anch’io quest’anno compio la stessa età. Un compleanno speciale!
Porsi questa domanda impegnativa ogni tanto è importante, specie nei momenti di svolta, o di cambiamento di rotta o anche di disorientamento e di pericolo, come quello che stiamo vivendo con la pandemia.
“Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (Papa Francesco, Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020).
Ogni prova, ed anche ogni scelta, è una sfida a rilanciare il cuore oltre noi stessi, in una fiducia che si alimenta nel rapporto confidente con questo Amico che, dormendo, dimostra il suo affidamento illimitato nelle mani del Padre.
È così che, in questo tempo difficile e provato, lo sguardo alla vita vissuta con Lui suscita nel cuore non paura ma gratitudine. E di conseguenza fiducia. Continuiamo, nonostante le prove, a camminare, scoprendoci, proprio grazie alle prove, insieme nella stessa barca. Sempre più famiglia, sempre più fratelli.
Gratitudine in effetti è la parola che abita il mio cuore, non solo per questo nuovo anno “rotondo”, ma per tutta la vita e per l’inaspettato dono di poterla condividere  con chiunque incontri sulla strada, chiunque, come me, si trovi in cammino. Seguendo le tracce di una “chiamata”.
Chiamata, vocazione è una parola che da ragazza mi faceva un po’ paura, dalla quale facilmente scappavo: “Vieni all’incontro vocazionale?” “Ma neanche morta!” era la mia risposta, più o meno esplicita.
Finché ho scoperto in alcune giovani donne, la gioia di poter vivere il vangelo in ogni momento e realtà della vita. Erano missionarie scalabriniane. Soprattutto mi colpiva quella che loro chiamavano secolarità. Qualcosa per me di veramente nuovo e rivoluzionario.
Parlavano di sale e lievito così come spiega anche Gesù nel Vangelo. Qualcosa che fa crescere da dentro, che dà sapore alla vita. La vita vissuta con Gesù non è solo andare in chiesa o rispettare i comandamenti… ma vivere in un continuo dialogo di amicizia con Lui e disporsi ad amare con un amore come il Suo. Un amore incondizionato e ricevuto così come si riceve l’acqua quando ci si mette sotto una cascata. Un amore potente e penetrante, che ci muove!
Avevo appena finito il liceo Classico e, dopo la maturità, tutto mi si apriva davanti come un’incredibile avventura. Così quell’estate, alla ricerca della libertà e di un’esperienza indipendente dalla famiglia, possibilmente all’estero, mi ero trovata con sorpresa a toccare con mano la realtà dei migranti italiani in Germania, a Stoccarda. Uomini soli che, durante il campo estivo, insieme ad altri giovani, avevamo potuto incontrare negli alloggi collettivi ed anche in carcere.
Ero straniero e mi hai accolto, ero in carcere e sei venuto a trovarmi (cfr. Mt 25, 35.36). Mai le parole del Vangelo mi erano sembrate così vive e sperimentabili.
Era possibile vivere il Vangelo proprio lì dentro, nelle contraddizioni, nelle ferite della vita, mescolate nelle realtà più diverse, sporcandosi le mani con il mondo, per scoprirne tutta la bellezza, nascosta specialmente nel cuore di ogni persona.
Cominciavo a capire che vocazione non è prima di tutto scegliere la propria strada, ma rispondere a qualcosa o meglio a Qualcuno che ci sta chiamando con infinita dolcezza e pazienza. Con amore.  È disporsi al silenzio e all’ascolto di una “voce” che ci raggiunge dentro con fantasia e forza. Sorprendendoci.  E lasciandoci sempre tra le mani il dono della libertà. “Se vuoi”.
In effetti a volte mi ritornava alla mente quando, nel 1978 con tutta la famiglia, in occasione dei 50 anni dei genitori e del loro 25° anniversario di nozze, era stato regalato a tutti noi cinque figli, un viaggio in India. Una proposta davvero eccezionale per quei tempi. Io ero poco più che adolescente e, insieme a Luca, il fratello maggiore, avevamo osato contestare questa scelta che giudicavamo “borghese”, come si diceva allora. Per fortuna aveva prevalso la gioia e il senso di avventura di tutto il resto della famiglia all’idea di poter fare insieme un’esperienza così unica.
Di tutto quel viaggio ciò che ricordo con nitidezza ancora oggi è il senso di disagio sperimentato nell’incontro con i poveri nella città di Nuova Delhi. E, in una città del Rajasthan, Kota, il saluto festoso di un gruppo di bambini pieni di gioia alla vista di persone occidentali, e nello stesso luogo, l’incontro con un vecchio lebbroso che si era avvicinato a me sorridendo. La sua presenza così vicina mi aveva turbato, forse impaurito. Non sapendo cosa fare gli avevo messo nelle mani alcune rupie. La sua reazione mi aveva freddato. Senza parole aveva fatto scivolare quei soldi nella mia mano e si era allontanato.

Proprio attraverso quest’incontro avevo sentito quella “voce” dentro di me chiaramente! “Non voglio ciò che hai ma ciò che sei, la tua vita!”. Una dichiarazione d’amore, così forte e improvvisa da lasciarmi nel cuore una ferita e una domanda. “Cosa vuoi da me?”. Ricordo che  il mio pensiero, mentre salivo sull’aereo nella strada di ritorno a casa, era molto chiaro. “Non tornerò qui se non per stare dalla loro parte!”.
Una “voce”, simile a una inquietudine dentro, l’avevo sperimentata in realtà anche in altri momenti della mia vita: un’estate quando, in un momento di preghiera da sola, avevo aperto a caso il Vangelo. Nel capitolo 8 del Vangelo di Luca c’è una sola riga in cui si parla delle donne che, insieme ai discepoli, seguivano Gesù. “E io?”. Gioia e timore.
E poi a 19 anni, in un campo di lavoro con i terremotati dell’Irpinia, organizzato per i giovani dalla diocesi di Lodi nel 1980.  Un ragazzo del paese in cui eravamo, Carife, vedendo che mi davo molto da fare per aiutare nei lavori di ricostruzione, mi aveva improvvisamente fermato chiedendomi con tono un po’ provocatorio: “Ma quando hai tempo per noi?”. Quelle parole mi raggiunsero nel cuore con potenza. Forse era Gesù stesso che mi chiedeva di fermarmi: “Quando hai tempo per me?”. Una domanda che incalzava e mi metteva in movimento dentro. E riemerse pochi giorni dopo quando, leggendo il Vangelo di Luca, mi immedesimai nella vedova povera che nel tempio offre i suoi due spiccioli, quanto aveva per vivere. Cioè tutto.
In effetti attraverso le esperienze dei viaggi con la mia famiglia, gli amici, la formazione cristiana ricevuta nella mia parrocchia di San Lorenzo e diversi impegni di servizio, mi sentivo aperta a tutto e volevo tutto! Ma dove potevo dare tutto?
In una bella famiglia come quella che avevo ricevuto! Cosa desiderare di meglio? Magari, pensavo, con la famiglia potrei andare come missionaria laica in Africa? A volte, specie nei momenti di preghiera, a contatto con la natura, desideravo vivere una vita contemplativa nel silenzio di un convento.
Quando  avevo intrapreso  lo studio della Medicina, in effetti, mi era sembrato che una professione come quella del medico avrebbe potuto sintetizzare tutte le mie aspettative e sogni di giocare la mia vita per gli altri. Ma dopo i primi due anni di studio, mi accorgevo che non era così, non era ancora tutto.
In quel periodo p. Gabriele Bortolamai, missionario scalabriniano, conosciuto al campo estivo a Stoccarda, era venuto ad incontrarmi alla stazione dei treni di Lodi, la mia città natale, per invitarmi a non stare troppo tempo in bilico tra tutte le scelte. “Buttati, fai esperienza dell’amore, esci da te stessa”.
Avevo un ragazzo che mi piaceva, e così mi sono buttata, credendoci fino in fondo, immaginando di poter dare ali al sogno di una bella famiglia, con tanti bambini. Una vita felice, aperta agli altri. Ma anche in questa esperienza esaltante di essere per la prima volta davvero innamorata, sentivo che non era ancora tutto. Dentro il cuore la preghiera stava scavando uno spazio più grande che né una professione né un ragazzo potevano colmare. E allora?
Non è stato facile dire a quel ragazzo: “Fermiamoci un momento, vediamo cosa pensa Chi veramente conduce la nostra vita”. La mia richiesta di una “pausa” arrivava proprio il giorno in cui si era presentato con un anello di fidanzamento. “Si può vendere l’anello ed aiutare i poveri”. La mia proposta, un po’ sfrontata, lo aveva fatto molto arrabbiare ma forse lo aveva anche aiutato ad intuire quello che io stessa ancora non capivo. La strada di una consacrazione totale a Dio. L’intuizione era già dentro di me da tempo, ma attendeva questo spogliamento, questo smarrimento, perché mi rendessi conto che Gesù stava già sulla mia barca, aspettando che mi accorgessi di Lui.
Dove va la barca non lo sappiamo all’inizio del viaggio. La cosa più importante è fidarsi di Chi la conduce. Così, dopo un tempo di formazione e di discernimento, 35 anni fa, insieme a due compagne di viaggio, siamo decisamente salite sulla barchetta delle missionarie secolari scalabriniane. Il 13 aprile 1986 abbiamo pronunciato i voti di povertà, castità e obbedienza proprio nei pressi della Stazione Centrale di Milano, lì dove il vescovo Scalabrini, cento anni prima, nel 1886, aveva avuto un forte e memorabile incontro con i migranti in partenza per le Americhe. Un incontro che gli aveva lasciato nel cuore una domanda molto concreta: Come venir loro in aiuto?
La comunità aveva allora poco più di 20 anni e proprio in quel tempo iniziavano ad unirsi al primo gruppo missionarie di diverse nazionalità: dalla Francia, dalla Germania, dal Brasile. I giovani erano stupiti nel vederci vivere insieme con la nostra diversità di lingue e culture. Un anticipo dell’esperienza interculturale che l’Europa si stava accingendo a sperimentare grazie all’incremento progressivo delle migrazioni internazionali. Migranti con i migranti. Se non si sperimenta in prima persona, sulla propria pelle cosa significhi vivere altrove, sradicati dal proprio mondo, dagli affetti, dalla propria cultura, non si può capire chi parte e spesso è costretto a lasciare tutto per sopravvivere.
Vivere insieme una comunione di vita nella propria diversità e unicità è e sarà possibile non solo per noi, ma per il mondo! Sembrava un sogno ma ci accorgevamo che stava iniziando a realizzarsi già tra di noi. Per dono dello Spirito! E abbiamo imparato a crederci insieme intuendo che questa era l’esperienza che il Signore, attraverso il nostro giovane Istituto Secolare, ci chiedeva di annunciare in ogni ambiente, soprattutto tra i giovani solitamente  attratti e incuriositi dal nuovo. Il nostro sogno era il sogno di Dio! Lo stesso che aveva mosso anche il vescovo Scalabrini e gli aveva fatto intravedere nei movimenti migratori di milioni di persone, la possibilità di una strada di comunione tra tutti i popoli: (…) va preparandosi quaggiù un’opera ben più vasta, ben più importante e sublime, cioè l’unione in Dio di tutti gli uomini.
Dopo i voti, la Laurea e la Specializzazione in Medicina Interna, iniziano le prime esperienze di lavoro in ospedale a Milano, e poi nel carcere di San Vittore. E, qualche anno dopo, il primo invio missionario fuori dall’Europa, in Cile, come responsabile di un progetto sanitario di Cooperazione Internazionale dell’Ospedale San Raffaele. Ero giovane, poco più di 30 anni, con un incarico di grande responsabilità e un invio da parte della mia comunità in un paese nuovo, tutto da esplorare. Perché proprio io? Da dove tanta stima e fiducia nei miei confronti? Nelle mie doti e capacità? Mi sentivo così piccola!
A pochi giorni dal mio arrivo, appena trovato un piccolo appartamento, sono stata derubata di tutto ciò che mi ero portata nella mia valigia missionaria-migrante. Di nuovo un’esperienza di “spogliamento”, radicale, disarmante. Un’esperienza che mi faceva sentire ancora più piccola, davvero perduta se non avessi avuto un Padre, se a guidare la mia vita non fosse la Sua voce, la Sua chiamata, il Suo Spirito.  
Chi sta conducendo davvero la mia vita? La mia barchetta era di nuovo provata da una tempesta,  ma stavo imparando a non fare affidamento su me stessa, ma ad affidarmi e a lasciare in mano a Lui le redini della vita.   
Come capo-progetto, dovendo costruire delle strutture sanitarie nella periferia più emarginata di Santiago, mi trovavo spesso a confrontarmi con le autorità locali, gli ingegneri, il ministro della salute, l’ambasciatore, e a prendere decisioni per le popolazioni più povere: in questi contesti “altolocati” scoprivo sempre più con stupore che la mia consacrazione  poteva essere davvero uno strumento di sensibilizzazione; la mia piccolezza poteva fare spazio al sale e al lievito del Vangelo a servizio della vita dei più piccoli tra i migranti.
E così, quasi per miracolo, i semi di cura e solidarietà seminati nei confronti delle popolazioni più svantaggiate si trasformavano sotto i nostri occhi. Proprio come  nel deserto di Atacama quando, dopo anni di siccità, improvvisamente arriva la pioggia. E tutto fiorisce.
Al termine di questo progetto, nel 1994, il mio aereo questa volta non atterrava a Milano ma a Roma, per un nuovo invio missionario. Nella città eterna, dove da qualche anno era iniziata una nostra presenza.
Cercando un inserimento significativo nel campo della salute  dei migranti, ambito a quei tempi ancora poco esplorato, accolsi l’offerta di un lavoro in un “Corso internazionale di formazione alla cooperazione” per giovani medici presso l’Istituto Superiore di Sanità. Il tempo vissuto nella cooperazione internazionale in Cile, era stato un’incredibile scuola di vita migratoria e certamente aveva maturato in me una nuova sensibilità per la salute globale che in Università, a livello accademico, tardava a farsi presente. Un’esperienza che non potevo tenere per me!  
Per questo quando mi capitò di conoscere l’ambiente del Poliambulatorio per immigrati della Caritas, presso la Stazione Termini, capii che avrebbe potuto diventare il laboratorio transculturale che stavo cercando. Salvatore Geraci e Riccardo Colasanti avevano iniziato qualche anno prima, nel 1983, quest’esperienza pionieristica di un poliambulatorio per immigrati caratterizzato da una bassa soglia d’accesso e da un alto impatto relazionale. Il Sistema Sanitario Italiano, infatti, a quel tempo, non prevedeva l’assistenza sa­­nitaria per chi era irregolare, dunque sempre più persone risultavano discriminate nell’accesso ai servizi sanitari di base. Non erano rari i ca­­si di persone straniere “clandestine” che morivano per paura di presentarsi ad un pronto soccorso.  Ma la sfida non era solo nel campo della salute bensì nell’immaginare una società in grado di trasformarsi assumendo un volto sempre più normalmente multietnico. Prendersi cura della salute dei migranti diventava l’occasione per conoscere la loro cultura e promuovere i diritti di tutti, senza nessuna esclusione. Molti giovani si dimostravano sensibili a questa sfida e offrivano generosamente il loro aiuto.
Dopo alcuni mesi di volontariato al poliambulatorio, Salvatore e Riccardo, cui si era aggiunto Gonzalo, creativo filosofo colombiano, quasi travolti da un’onda di lavoro che andava crescendo di giorno in giorno, mi proposero un impegno con loro a tempo pieno. E così, con il coinvolgimento di centinaia di volontari, tra i quali moltissimi studenti, si delineò sempre più il volto dell’Area Sanitaria della Caritas di Roma con una specifica mission:
Mettersi in relazione con ogni persona, partendo dalla stima e dal valore della vita di ciascuno, a qualsiasi cultura o storia appartenga, per conoscere, capire e farsi carico con amore della promozione della salute, specialmente di coloro che sono più svantaggiati, affinché vengano riconosciuti, riaffermati e promossi ad ogni livello, dai singoli, dalla comunità e dalle istituzioni, diritti e dignità di tutti, senza nessuna esclusione.

Insieme imparavamo che la malattia è sì una richiesta di aiuto ma anche un’occasione di incontro con persone che, con la loro diversità, ci rendono presente il mondo, “obbligandoci” a tener conto delle loro culture e dell’esperienza migratoria che hanno alle spalle. Grazie a loro ci allenavamo a non dare nulla per scontato e a metterci in discussione.
La medicina occidentale infatti, dietro all’aggettivo scientifico, alla mitizzazione dell’Evidence Based Medicine (EBM), spesso nasconde una rigidità strutturata che certo non aiuta nel rapporto con la complessità e la diversità del contesto contemporaneo.
L’emigrazione, anche nel campo della medicina, funziona proprio come lente di ingrandimento che ci permette di vedere meglio, di mettere a fuoco i punti dove è necessaria una trasformazione del nostro modo di metterci in relazione con l’altro. Possiamo dire che la medicina, anzi gli operatori sanitari, entrano in crisi proprio grazie alla migrazione che ci fa riscoprire come anche noi stessi vorremmo essere guardati, visitati, considerati nella nostra unicità.
La relazione operatore sanitario-paziente, così come ogni relazione, ha in sé la chance della trasformazione che passa proprio attraverso la scelta dell’accoglienza, del riconoscimento del valore della vita dell’altro. Una medicina attenta alla persona, come abbiamo visto anche recentemente nell’esperienza della pandemia di Covid-19, chiede di mettersi in gioco e di lavorare sulla propria trasformazione arrivando a capovolgere l’impostazione della relazione terapeutica. Non più una relazione tra soggetto (il medico) e oggetto (il paziente) che viene studiato, analizzato, classificato, ma lo sviluppo della capacità di entrare in un terreno nuovo, inesplorato, dove l’altro è la fonte più importante che ho per capire il suo contesto ed anche il suo malessere, la sua malattia, la sua storia.
La medicina così intesa ha la possibilità di reinventarsi multidisciplinare, capace di lavorare in rete con altri professionisti ed altre discipline quali la sociologia, l’antropologia, la psicologia, l’economia come è diventato cruciale in questo tempo di pandemia. Questa capacità dialogica ampia e aperta, se coltivata attraverso un’adeguata formazione, apre gli operatori al dialogo con persone di altri popoli, insegnando loro a riconoscere e legittimare altri modi di vedere e di percepire la salute, la malattia, la sua eziologia e la sua terapia, in una prospettiva di salute globale. Si andava così delineando l’esperienza della medicina transculturale.
Una storia iniziata come un dono inatteso e che nel corso di più di vent’anni mi ha trasformato  regalandomi una nuova esperienza di mis­sionarietà: umile e comunionale, in un cammino continuo di formazione-trasformazione.
Un viaggio che ora prosegue qui in Vietnam con Marina, Marianne e tutte le nuove missionarie che vorranno lanciarsi nell’avventura di questa barchetta.  

Bianca Maisano

 

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