La grammatica dell'incontro
L'11 dicembre 1990 a Stoccarda è iniziata un’avventura di incontro e di formazione: il corso di tedesco con migranti e rifugiati. Fermiamoci insieme per ringraziare e cercare di cogliere qualche chiave importante di questa storia di trent’anni.
G.B. Scalabrini nella sua vita non ha mai smesso di interessarsi dell’altro e farsi “tutto a tutti”. La sua indole contemplativa lo portava a scorgere dentro la realtà nuovi processi in evoluzione e a chiedersi come intervenire. Anche la nostra vocazione di missionarie secolari scalabriniane ci ha portato fin dagli inizi ad uno sguardo attento alle persone e alle realtà circostanti, uno sguardo che, impregnato della spiritualità dell’esodo, sempre di nuovo si è tradotto in espressioni creative e durature del carisma ricevuto. Che cosa può significare questo nella concretezza?
Siamo a Stoccarda, nel quartiere di Bad Cannstatt, dove la maggioranza degli abitanti ha le proprie radici all’estero e dove la nostra comunità è presente dal 1968. Camminando per le strade sentiamo parlare le più diverse lingue del mondo: dal turco al greco, dall’italiano all’arabo, serbo, cinese, croato e naturalmente, oltre al tedesco, anche lo svevo, il dialetto locale che – per chi riesce a capirlo – contribuisce a dare un certo senso di familiarità. Di fatto, la sfida di capire la lingua del paese di approdo e così di sentirsi almeno in questo aspetto un po’ di più a casa non abbandona quasi mai il migrante.
È stata proprio questa sfida, colta nei volti e nelle storie delle persone incontrate, che ha portato alla nascita di un corso di tedesco, inizialmente indirizzato soprattutto ai rifugiati e con il tempo allargato anche ai migranti più svantaggiati. Ed è iniziato con una giovane tedesca appena arrivata in comunità – anche lei migrante con i migranti!
Nel dicembre del 1990, in collaborazione con la diocesi e inizialmente anche con la Caritas locale, hanno preso il via le lezioni nelle sale della parrocchia di San Martin. Pakistan, Iran, Turchia, Libano, Vietnam, Egitto, Eritrea ed Etiopia erano i paesi di provenienza dei primi studenti che, come una piccola lente d’ingrandimento, evidenziavano diversi punti del mondo feriti dai conflitti e dalle persecuzioni di quel tempo e che purtroppo, anche a distanza di trent’anni, non risultano ancora superati.
Potrebbe sembrare secondario ma rimane una coincidenza significativa il fatto che i locali della parrocchia si trovavano nella Brückenstraße, che tradotto significa “via del ponte”1 e che, come una metafora, esprime il senso più profondo di questa avventura: creare dei ponti (non solo linguistici) tra rifugiati, istituzioni, parrocchia, società e, soprattutto, tra le persone. Fin dall’inizio ci ha mosso il sogno che questo corso di tedesco fosse un luogo dove la cultura dell’incontro, e non dello scarto, crescesse e venisse vissuta con intensità, così da testimoniare che si può vivere insieme grazie alle nostre diversità.
Questa esperienza educativa, che ha coinvolto migranti, rifugiati, missionarie, qualche parrocchiano e diversi studenti universitari e delle scuole superiori che in questi anni hanno svolto servizio di volontariato, testimonia una collaborazione piena di passione e di disponibilità a condividere. Di fatto, non di rado ci è capitato che i migranti stessi, dopo aver raggiunto un buon livello linguistico, abbiano voluto dare una mano nell’insegnamento per esprimere in questo modo la gratitudine per ciò che avevano ricevuto! Ma anche più semplicemente, durante le lezioni, i partecipanti sono continuamente sollecitati allo scambio e all’aiuto reciproco: chi è più avanzato aiuta chi è un passo indietro e anche chi è indietro può dare il suo contributo di pazienza, di tenacia, di umiltà e spes so anche di humor.
Dagli inizi dunque il corso è stato portato avanti in uno stile di reciprocità e di incontro alla pari: ognuno dal punto in cui si trova, sia linguistico che esperienziale, contribuisce non solo al processo di apprendimento del tedesco ma soprattutto alla crescita delle relazioni. È un imparare insieme – con, da e grazie all’altro – la grammatica dell’incontro. Il clima di apertura e di stima dell’altro favorisce anche la perseveranza nella motivazione allo studio, pur tra le difficoltà, e diventa come un trampo-lino di lancio per le sfide quotidiane nella realtà di un nuovo paese.
L’accoglienza che ognuno di noi sperimenta, sia chi impara sia chi insegna, permette di aprirsi ed esprimere se stessi oltrepassando il proprio limite, anzi cercando di riconoscerlo sempre di più come luogo d’incontro. Spesso diciamo che l’apprendimento della lingua – così come la lingua in sé – è solo un mezzo e non lo scopo finale. Certo, la lingua rimane sempre importante e utile ma, appunto, come uno strumento che permette di esprimere ciò che c’è già: la vita. Il vero obbiettivo del corso di tedesco sono i rapporti, semplici, veri: rapporti di stima e di umanità che, lezione per lezione, crescono tra tutti.
I momenti di festa durante l’anno ma anche i momenti più feriali ne danno testimonianza: qualcuno a sorpresa porta una torta per tutti, o una specialità del proprio paese; c’è chi vuole pagare in segreto un libro per un altro partecipante che non se lo può permettere; qualcuno scrive delle poesie (anche sull’esperienza del corso) e le recita agli altri dopo aver superato la propria timidezza. Una signora, non avendo niente di pronto e volendo ringraziare una delle insegnanti che stava per partire per le ferie, ha aperto la sua borsa con la spesa appena fatta e le ha regalato... ciò che aveva!
Quanta umanità, che è la più vera bellezza, si manifesta in questi piccoli gesti di attenzione che all’inizio di ogni corso non sono per niente scontati perché giustamente ognuno cammina sul proprio binario, concentrato sul proprio apprendimento, sui propri compiti da fare, sulle difficoltà – linguistiche ma soprattutto della vita – da affrontare. Tra i partecipanti ci sono persone che, anche senza essere andate a scuola, sono riuscite a costruirsi una vita ed una famiglia e che ora si trovano a dover imparare l’abc non solo del tedesco, ma anche dello stare insieme in classe con compagni così diversi. È una grande sfida per tutti imparare a interagire con persone il cui retroterra e i riferimenti culturali e religiosi, i livelli sociali e professionali sono completamente altri. Spesso non si ha neanche una lingua in comune sulla quale appoggiarsi. Per noi insegnanti questo significa che non possiamo fermarci sul “sin qui fatto”, ma siamo chiamati sempre di nuovo a metterci al passo con il gruppo e con le singole persone, a camminare con loro e, allo stesso tempo, a cercare di portarle sempre un passo avanti. È importante partire dalla persona e dalle sue richieste per fare insieme un viaggio che permette a tutti di scoprire nuovi orizzonti.
Il tempo e la gradualità giocano un grande ruolo in tutto questo percorso: la reciproca conoscenza, i rapporti personali fuori dalle lezioni, le visite negli alloggi dei rifugiati, l’interesse per l’altro e la sua storia favoriscono la crescita della fiducia e permettono uno scambio sempre più sciolto e gioioso. Le esperienze personali, spesso difficili, che emergono durante le lezioni – la guerra, la fuga, i momenti di sconforto nel nuovo paese, la lontananza della famiglia, la ricerca del lavoro – diventano l’occasione per imparare a comprendere l’altro e a partecipare al suo dolore.
Sempre di nuovo si possono toccare con mano anche dei piccoli miracoli! Quando, per esempio, una persona che era analfabeta inizia ad imparare il tedesco all’età di 45-50 anni e dopo un po’ di tempo e di lavoro sodo riesce a scrivere da sola, senza copiare le parole, non è un miracolo? O quando all’interno di un gruppo i partecipanti, in un primo momento un po’ ostili e distanziati gli uni dagli altri, iniziano ad apprezzarsi a vicenda, lanciandosi e rilanciandosi, come in una partita di ping-pong, dei complimenti reciproci, non è un miracolo?
Tutto questo non significa l’eliminazione automatica degli ostacoli sul cammino, degli scontri e delle discussioni (a volte molto accese) in classe. Le ferite che tanti migranti portano con sé non vengono cancellate per il solo fatto di essersi spostati in un paese dove la guerra non c’è; anzi spesso la lezione stessa diventa una sfida quando nel banco accanto ti ritrovi con chi nel tuo paese viene considerato “un nemico”. E, tuttavia, certo non in modo automatico ma con tempo e pazienza, abbiamo visto tante persone incominciare a guardarsi con occhi nuovi.
A proposito di occhi nuovi. Non dimenticherò mai una signora siriana, di famiglia molto benestante; che conosceva perfettamente l’arabo, ma arrivando in Germania aveva dovuto iniziare da capo: prima l’alfabeto, la scrittura, i suoni... Una fatica che sembra non finire mai, soprattutto quando si è raggiunta una certa età e l’apprendimento è diventato meno automatico. E la sorpresa: un giorno sua figlia mi ha raccontato che da quando la mamma ha imparato il nostro alfabeto, camminando in città, ha iniziato a soffermarsi per leggere i nomi dei negozi, delle verdure, delle strade, le destinazioni dei mezzi di trasporto, che prima erano incomprensibili per lei. E – ha continuato la figlia – che gioia nei suoi occhi, fino alla commozione per i passi fatti e per la possibilità di sentirsi un po’ più a casa.
Quanto fecondo può essere l’incontro con persone di diverse nazionalità, culture, situazioni sociali, persone scavate dal sacrificio e dal rischio, dalla lotta per la libertà del proprio paese o dal dolore per la perdita di famigliari, uccisi a motivo della loro fede cristiana, del loro credo o dell’appartenenza etnica – persone che su di sé hanno sperimentato cosa veramente significa la mancanza di pace!
Cercando di percorrere la prima e fondamentale via della Chiesa che è l’uomo2, ci è dato di incontrare una bellezza particolare: quella che fiorisce quando il mistero della Pasqua tocca la storia di una persona e, come nel dolore di un parto, fa nascere la vita vera, vita che è relazione.
Nel corso spesso ci viene regalata l’esperienza di accorgerci che lo Spirito del Risorto è all’opera nel mondo e tra persone di diverse religioni e rende possibili incontri profondi e autentici. Siamo infatti consapevoli che non siamo capaci di vivere il perdono a partire dalle nostre sole forze. La novità della vita riconciliata, che può cambiare il nostro sguardo per riconoscere nell’altro un fratello che ci appartiene, non può essere solamente un frutto del dovere o del nostro sforzo. Ci vuole però la disponibilità a fare tutta la nostra parte e la lungimiranza di avviare dei processi senza pretendere risultati immediati.
È proprio la diversità di ogni persona che ci provoca a non fermarci alla superficie, spesso conflittuale, ma a metterci in ascolto. Ed è l’ascolto che può rinnovare il nostro modo di pensare e vedere l’altro, noi stessi, Dio e creare quello spazio che è già in se stesso inizio di un’umanità riconciliata.
Róża Mika
[1] Solo nel 2020 il corso ha cambiato sede e si svolge presso la casa parrocchiale di St. Rupert, un’altra chiesa della stessa unità pastorale.
[2] Cfr. Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, n. 14.
Links:
Rivista Sulle strade dell'esodo (PDF)
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