Impariamo a chiamarci per nome
Abbiamo chiesto a Veronica Kallarakal, giovane studentessa di medicina, di origini indiane, di condividere con noi la sua esperienza di partecipazione attiva nella ricerca-intervento “I nuovi italiani della Diocesi di Roma e le sfide dell’integrazione”, i cui risultati sono stati presentati ufficialmente lo scorso novembre.
“I nuovi italiani della Diocesi di Roma e le sfide dell’integrazione”: è questo il titolo della ricerca-intervento promossa dalla Diocesi di Roma, a cura dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD), che ha voluto dare voce ai giovani residenti a Roma con background migratorio, sia nati e cresciuti in Italia, sia nati in un altro Paese.
Ho avuto la fortuna e il privilegio di dare il mio contributo a questo splendido lavoro: durante l’anno pastorale 2022-2023 si sono svolti due appuntamenti importanti, che hanno posto le basi di questa ricerca. Attraverso dei laboratori di ascolto, promossi in collaborazione con le comunità etniche presenti a Roma, tanti ragazzi e ragazze delle seconde generazioni hanno avuto l’occasione di raccontare e confrontarsi sul proprio vissuto; abbiamo parlato di relazioni, scuola, lavoro, cittadinanza, famiglia e tanto altro. Personalmente questi incontri sono stati illuminanti: è stata la prima volta in cui ho avuto l’opportunità di incontrare così tanti giovani di seconda generazione, come me. In quei giorni ho capito che viviamo tutti le stesse dinamiche, a prescindere dalla cultura e dal Paese di provenienza; il fatto di avere un background migratorio influisce sulla maniera in cui viviamo la realtà e questo mi ha stupito tantissimo. Prima mi sentivo l’unica, mentre quegli incontri sono stati la dimostrazione che non ero sola, tanti giovani si ponevano le mie stesse domande e vivevano le stesse fatiche!
Tutto è partito da un interrogativo iniziale: vivendo le fragilità e i turbamenti comuni a tutti i giovani, amplificati dalla tensione tra due culture differenti, i nuovi italiani come costruiscono la propria identità e quali strategie di integrazione nella società adottano?

Lo studio ha risposto a tali domande attraverso l’analisi di 119 rilevazioni faccia a faccia, tra interviste a testimoni privilegiati e focus group, aventi come protagonisti giovani originari di 21 Paesi diversi. Durante la mia intervista, ho avuto l’opportunità di raccontare tutta la mia storia, di ragazza nata in Italia da genitori indiani emigrati alla fine degli anni ’80. Mi è stato donato uno spazio di ascolto vero ed empatico, come mai era successo prima; condividere la mia vita e la storia dei miei genitori è stato un modo per provare a spiegare quello che tanti ragazzi come me vivono, e anche per scavare a fondo tra le mie radici ed origini.
Sono tanti i temi toccati dalla ricerca: a partire dalla relazione con sé stessi e la costruzione della propria identità, fino ai vari ambiti che ci troviamo ad “abitare”, come la famiglia, gli amici, la scuola e l’università, il lavoro e le comunità religiose etniche di appartenenza. In ognuno di questi ambienti ci sentiamo spesso confusi, discriminati, mai all’altezza, in qualche modo sospesi: “troppo italiani” agli occhi della nostra famiglia e “troppo stranieri” agli occhi dei nostri coetanei e di chi ci circonda. Emerge, però, un desiderio forte di essere ascoltati e di non essere lasciati soli a compiere questo percorso lungo, tortuoso e complesso che è la costruzione della nostra identità.
Il 5 novembre 2024 i risultati di questa prima parte di ricerca sono stati presentati al pubblico; durante questo evento mi è stato chiesto di portare la mia testimonianza. Ho vissuto un momento davvero emozionante, perché per me questa non è stata solo una semplice presentazione di una ricerca qualsiasi: quella che è stata raccontata è la mia vita, e quella di tanti giovani che ogni giorno provano ad arricchire con le loro esperienze la società in cui vivono, nonostante le difficoltà; per ogni paragrafo o punto trattato avrei potuto raccontare come esempio un episodio realmente accaduto. Finalmente mi sono sentita vista e anche sollevata, perché qualcuno si è accorto che i “nuovi italiani” esistono e hanno bisogno di uno spazio per poter dire quello che pensano.
Spesso, le persone mi chiedono come possono fare per essere degli alleati, per poter contribuire a diffondere questa consapevolezza negli altri; mi sento di condividere un piccolo consiglio, lo stesso che ho dato quel giorno davanti a tante figure politiche e istituzionali: è molto facile, partiamo dai nostri nomi e cognomi, che sembrano così difficili da pronunciare! Ho sentito tante volte di ragazzi con nomi storpiati o che si vergognano dei propri cognomi stranieri: ecco, aiutateci a non sentirci diversi, imparando a dire bene i nostri nomi e cognomi, che racchiudono storie, culture e tradizioni spesso antichissime. Basta un nome per far sentire qualcuno amato e accolto, per farlo sentire visto e importante. In fondo, Dio è il primo che ci chiama uno ad uno per nome, quindi siamo sicuramente sulla strada giusta!